7 ottobre 1466, Il testamento e il lascito

Abbandonata fra il 1454 e il 1455 la carica di vicario del Patriarca, Guarnerio sembra dedicare gli ultimi anni al completamento ed alla sistemazione della sua biblioteca, come suggeriscono le Note relative ai libri del 1456 e soprattutto l’Inventario del 1461, nel quale la raccolta libraria viene dal suo proprietario suddivisa, come segno concreto del suo interesse universale per la conoscenza, in quattro sezioni: i testi religiosi, i testi giuridici, le opere dei classici (dove Cicerone spadroneggia con ben 12 testimoni) e gli autori umanisti.
Qualche decennio fa, il noto paleografo Emanuele Casamassima l’ha definita “uno dei fondi più coerenti dell'Umanesimo italiano” per la presenza di un’antologia significativa della letteratura classica ed umanistica che da cinque secoli e mezzo tramanda importanti testimonianze della civiltà occidentale, oltre che per la fortunata circostanza di una conservazione in loco di quasi tutto il fondo originale, che vede accostati preziosi codici miniati a manoscritti cartacei di modesta fattura, tutti comunque essenziali per la tradizione del testo.

Il 7 ottobre 1466, Guarnerio, ammalato di peste, tre giorni prima di morire, detta il proprio testamento, legando alla chiesa di San Michele «tutti li suoi libri che si ritrovava havere con obligo alla Chiesa di far fabricare in loco honesto et condecente una libraria et in quella tutti l’istessi libri ponere, con sue catene ligati, et ivi conservarli per uso dell’istessa Chiesa et che non siano mai levati di detta libraria per accomodar altri. Et se alcuno volesse sopra detti libri legere o studiare et al Consilio et Comunità piacesse, possa sopra detti libri e nell’istessa libraria e non altrove legere et studiare con licenza del Consiglio et Comunità di San Daniele» (Inventario non numerato della Biblioteca Guarneriana, edito da Mario D’Angelo).
La Comunità dovrà indennizzare con 400 ducati i nipoti Samaritana e Cipriano, che la figlia di Guarnerio, Pasqua, ha avuto in prime e in seconde nozze rispettivamente con Giovanni Baldana e Niccolò da Spilimbergo.
Ma l’Inventario è interessante anche per un altro motivo: è da questo documento, infatti, che è possibile conoscere nel dettaglio ciò che, al momento della morte, Guarnerio possedeva nella sua casa, cosa questa che apre così uno spiraglio sulla vita quotidiana del dotto sacerdote umanista.

Anno del Signore 1466, 7 ottobre
Rassegnatamente osservava Nicolò Pitiani, l’amico notaio, il quale preparava, con discrezione che gli era usuale, carte, penna e inchiostro: quasi era pronto a registrare le sue ultime volontà.
Guarnerio si sentiva debole ormai, consapevole che il termine della sua vicenda terrena era ormai raggiunto. Nella sua casa sandanielese, che fra tutte le altre spiccava per l’ornato affresco esterno (così adornati erano anche tanti suoi codici!), adagiato sopra un lettuccio, osservava uno dei tre balconi, da cui spesso si era affacciato per mirare nel vicolo l’attività della sua gente, e da cui, anche ora, proveniva quell’indistinto, solito vociare, soverchiato a tratti dal frastuono di un carro: chissà quali mercanzie trasportava…
Mai aveva conosciuto l’avarizia, e mai aveva badato alla ricchezza. E infatti pochi e modesti oggetti aveva raccolto, quanti strettamente necessari a un uomo della sua levatura. In casa, al piano superiore, in una cassa sola era riposto tutto l’abbigliamento: la veste ornata in pelliccia di martora, usata per cerimonie speciali (quelle in cui aveva ricoperto ruoli anche prestigiosi!); e poi le poche clamidi con il cappuccio, i suoi copricapi, i suoi due mantelli, due paia di guanti di pelle. E in un’altra cassa erano riposte le poche stoviglie di un qualche pregio: quattro cucchiai in argento, e altri nove che d’argento avevano solo la testa; e pure d’argento c’erano quattro tazze e tre forchette, ma in cattivo stato; qualche vecchio fazzoletto da naso, e tre di recente acquisto. In una terza cassa gli asciugamani, le tovaglie, le federe e le lenzuola... Un corredo analogo o forse più modesto di quello di un qualsiasi altro plebanus di campagna.
Ma c’erano anche i libri, che costituivano invece una collezione unica, tale da suscitare l’invidia di qualsiasi principe! Nell’ultimo suo regesto aveva contato cento settanta tre titoli. E fra tutti ricordava le opere che lui stesso aveva copiato in gioventù, e più in particolare gli riecheggiavano le parole da Cicerone scolpite nel De officiis, il trattato celeberrimo da lui stesso copiato raptissime, ma lungamente meditato: «Non nobis solum nati sumus ortusque nostri partem patria vindicat, partem amici, atque, ut placet Stoicis, quae in terris gignantur, ad usum hominum omnia creari, homines autem hominum causa esse generatos, ut ipsi inter se aliis alii prodesse possent».
Così i libri, non solo per noi, ma per tutti, per coronare la vita di tutti... e in tale spirito gli aveva collezionati, e poi corretti, e poi annotati: per giovare non a sé solo, ma a tutta la sua comunità. E a alla sua comunità li avrebbe finalmente lasciati.
E l’amico notaio cominciò a scrivere, recitandola a mezza voce, la formula rituale: «In nomine Domini nostri Jesu Christi et individuae trinitatis»...

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