Specie dopo la nomina a Vicario nel 1445, e in assenza del Patriarca
Ludovico Trevisan (che risiede d’abitudine a Roma), incombono su
Guarnerio uffici gravosi, inerenti una diocesi vastissima.
Guarnerio affronta ogni situazione, senza dimenticare mai
il sogno di una ricca biblioteca.
Il copista Guarnerio che trascriveva codici per il proprio personale interesse (emblematico il manoscritto 69), ora – grazie al ruolo di Vicario del Patriarca, alla disponibilità di risorse economiche oltre che dei mezzi della Cancelleria patriarcale – assume il ruolo del mecenate e del bibliofilo.
Per realizzare la sua idea di istituire una biblioteca, Guarnerio mette a frutto le esperienze professionali acquisite nei circoli culturali dell'Urbe e la rete di amicizie con gli intellettuali del tempo fra i quali i veneziani Francesco Barbaro, Ludovico Foscarini, Domenico de Dominicis vescovo di Torcello, i conterranei
Giovanni da Spilimbergo, Antonio di San Daniele e tanti altri.
Affida ad un bibliotecario,
Niccolò de Collibus - che svolgerà anche il ruolo di copista -, l’organizzazione in casa sua di uno
scriptorium; assume a sue spese, non più tardi dell’agosto 1449, un
copista di professione per la
littera antiqua, il cingolano ser Battista di Rinaldo (
Battista da Cingoli), ed opera con la collaborazione dei copisti più abili e rinomati del tempo Niccolò Pittiani, Federico de Morquardis, Odorico Pilosio, tutti pubblici notai della Patria, oltre a ricorrere ai servizi di abili miniatori per la decorazione dei suoi codici, che unisce al nulcleo originario della collezione consistente nel manipolo di
manoscritti ereditati dal cardinal Antonio Panciera.
Allestendo la biblioteca, agosto 1450
«Lasciate sempre luogo alla miniatura, e lo spazio di scrittura sia tale da concedere margine ampio alle mie note», diceva a voce bassa, ma con tono puntiglioso, avendo sottobraccio alcune scartoffie.
Chino sul leggio, Battista procedeva nell’elegante lavoro, lettera dopo lettera, capoverso dopo capoverso, consapevole di quanto richiedeva il patrono, che gli stava lì accanto, munifico e generoso, ma rigoroso ed esigente insieme.
Nel caldo agostano le penne ben rifilate vergavano pregiate pergamene con un’incantevole fruscio, e il Vicario patriarcale ammirava l’opera dei pochi ma abili amanuensi, intenti e concentrati nel copiare: la biblioteca che immaginava prendeva forma, ancora disordinata e modesta nelle dimensioni, ma viva tuttavia, e ormai realtà.
«Padre, a cosa occorrono tutti questi libri? Perché scrivete e fate scrivere tanto?» domandò Pasqua, arricciando ingenuamente il naso di fronte all’incessante lavoro del padre, che annotava i margini dei volumi appena compiuti, inventariava, e controllava severo il lavoro degli scribi.
Guarnerio la guardò bonariamente. Le prese la mano, mostrandole con l’indice una fila lunga di nomi e titoli accuratamente copiati su un oblungo registro di carta:
«Figliola», sussurrò, «questi sono tutti i libri che possediamo».
La fanciulla si volse verso di lui con la gioia dipinta negli occhi.
«Ma perché tanta cura nel registrarli? Temete di smarrirli?», domandò quella con espressione curiosa ad adornarle il bel viso.
«Certo che no. Ma dobbiamo proteggerli e ordinarli!» rispose il padre.
La ragazza era ancora confusa.
«Perché mai?».
Guarnerio le chiese misteriosamente: «Sai tenere un segreto?».
All’annuire incessante della figliola, si avvicinò al suo orecchio e sussurrò: «Voglio costruire un luogo dedicato all’anima, un luogo ricco di libri, una biblioteca!».
Pasqua era affascinata.
Guarnerio non pensava sarebbe stato possibile, ma stava compiendo un sogno: il suo sogno.
Notti insonni a immaginare la sua collezione, giorni trascorsi a ricopiare frettolosamente («raptissime»!), e soprattutto a studiare volume per volume, a chiosare e a correggere il lavoro di copia. Scivolò accanto ai volumi ben disposti, accarezzandone i dorsi come un padre amoroso carezza la testa dei propri figli, fino a giungere a un piccolo nucleo, separatamente riposto, di libri per lo più consunti. Ne prese uno, osservandone la copertina sbiadita e riccamente lavorata: con commozione ricordò i sorrisi del cardinal Pancera, le sue dita adunche che correvano a indicargli una parola, un passo, una citazione; la sua voce rauca e bonaria, che gli domandava: «Allora, che ne pensi, ragazzo mio?»
Ripose il libro, lo sguardo lucido. Guardandosi intorno prima di uscire, mormorò a sé stesso, a quei libri, alla figura che di quel vecchio che gli era tornata d’improvviso alla mente: «È anche merito vostro, Maestro».
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